Arezzo

Camaldoli: i monaci e le loro foreste

Camaldoli

I monaci e le loro foreste

Correva l’anno Mille ed un monaco benedettino di nome Romualdo iniziò una serie di peregrinazioni lungo l’Appennino Tosco-Romagnolo rifondando monasteri ed eremi.

Si fermò anche in Casentino, dove il conte Maldolo (da cui derivò Camaldoli) nel 1012, gli aveva fatto dono di un pezzetto di terra, Campo Amabile.

Romualdo vi costruì un piccolo oratorio con 5 celle e più a valle un monastero vero e proprio, coniugando in tal modo l’eremitismo orientale con una vita monastica di condivisione. Un nuovo ordine benedettino era così sorto.

Oggi Camaldoli resta un luogo di gran fascino per le foresti imponenti di abete bianco che lo circondano, impiantate progressivamente dai monaci e la pace che lo pervade.

L’ingresso all’eremo avviene attraverso una porta in bronzo, Porta Speciosa, ideata dall’artista Claudio Parmiggiani. Un’opera double-face, molto intensa, ricca di rimandi simbolici.

Se le celle dei monaci sono protette da un muro di cinta, è comunque possibile visitare la cella di Romualdo, scoprendo come vivesse un monaco.

Dalla parte opposta della piazza centrale si erge la chiesa, fortemente rimaneggiata in stile barocco che custodisce una splendida pala robbiana.

La visita del complesso monastico, più a valle, ci riserverà delle piacevoli sorprese, tra cui le prime opere manieriste del Vasari in terra aretina, databili 1538-1540 e due bei chiostri.

Sarà, per finire, particolarmente interessante scoprire l’antica farmacia. Lo studio delle erbe e la loro coltivazioni erano infatti attività tradizionali della vita monastica, indispensabili per la sussistenza stessa del monastero, isolato dal contesto sociale.

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